Antonio De Lisa (Adel)- Verso una World Art organica

Multi-materico e figurativo

La definizione di “Arte organica” nasce dall’esigenza di tenere insieme due percorsi, quello multi-materico e quello figurativo. Questa esigenza nasce dallo studio e dall’osservazione dell’arte greco-antica osservata direttamente per la vicinanza spaziale all’antica città di Elea, che ho visto letteralmente emergere dalla terra nel corso della mia vita in rapporto agli scavi condotti dal professor Napoli. Elea è contigua alla città di Marina di Ascea, che è il paese dei miei genitori. La multi-matericità è figlia di questo processo: osservare il riemergere delle forme attraverso la terra, i detriti, i lacerti materiali dell’antico.

Le opere degli anni Ottanta sono appunto multi-materiche, polimateriche, quelle successive, a partire dalla metà degli anni Novanta, sono decisamente figurative. Queste ultime hanno impiegato tecniche in fondo tradizionali, come l’olio e l’acrilico. Come tenere insieme queste due tenenze? Perché io “voglio” tenerle insieme. Tuttora elaboro (anche se più di rado) opere multi-materiche. Il termine “organicismo” mi sembra che possa tenere insieme i due universi.

Adel- Violino desiderante (1990)

“Far respirare la materia”

La prima ispirazione d’istinto (quella che conta) è stata verso la materia. Mi riferivo a quelle concezioni che sostenevano di voler far “respirare la materia”, sia in pittura che in musica. Si pensi in musica a Varese, il quale sosteneva che bisognava liberare l’intelligenza che è nei suoni: più materismo sonoriale, meno contrappunto. Sonus, appunto. Da lì sono nate molte esperienze “rumoristiche”, che in pittura vedo legate al puro “colorismo”. Si pensi all’informale, per esempio (Alberto Burri e Fautrier). Un’intera stagione è stato vissuta in quella dimensione, fino all’Arte povera. Ma non ho mai abbandonato il contrappunto, per riprendere l’esempio, e ho sempre amato certe manifestazioni simboliche e figurative della pittura, da Ernst a Munch. La materia la si libera anche organizzandola, dandole una forma. Da qui la parola: Organicismo.

Rapporti cromatici

Dire materia in pittura significa prima di tutto parlare di colore. Da studente ero affascinato dall’uso che antiche civiltà avevano fatto del colore. La trasformazione delle materie prime per ottenere i pigmenti per la pittura era, per esempio nell’antico Egitto, una tecnica molto complessa che richiedeva una specifica conoscenza e una abilità pratica raffinatissima. L’importanza sociale che era attribuita all’arte nella società egizia spiega l’esistenza di una vera attività industriale per la produzione di pigmenti di alta qualità che venivano utilizzati dagli artisti. I documenti più interessanti sono il Papiro X dell’Università di Leida e il Papiro dell’Accademia Svedese dell’Antichità di Stoccolma. In essi sono descritti i procedimenti per ottenere i colori. Per esempio, nella XIX dinastia il pigmento bianco si otteneva macinando la calcite del gesso (carbonato di calcio) e l’anidrite [solfato di calcio, formula chimica: CaSO₄ ], che è la stessa forma del gesso priva di acqua. Il pigmento blu veniva ottenuto dalla cuprorivaite [formula chimica: CaCuSi₄O₁₀ ] un minerale a base di rame a cui spesso si uniscono altri minerali, come la wallostonite di rame [formula chimica: (Cacu)SiO₃ ], che è il quarzo contenuto nella sabbia del deserto, e la calcite [formula chimica:CaCO₃ ].

Questa citazione aiuta a sottolineare la dimensione fortemente cromatica presente nella World Art organica. Gli esiti della cosiddetta Arte concettuale avevano portato quasi a un oblio del colore. Il recupero e il rilancio delle tecniche come olio, acrilico e guache nascono dall’esigenza di ridare spazio al colore in tutta la sua portata.

Suggestioni orientali

Quella che qui si definisce Word Art Organica ha una stretta parentela con la World Music, da cui mutua la definizione. La World Music, che si è affermata anche come global music o international music, è un genere musicale che ha incrociato e fatto interagire elementi di popular music e musica tradizionale (folk e etnica). Originalmente la world music era identificata con tutte quelle musiche estranee al repertorio colto occidentale, ed era destinata esclusivamente agli studi accademici. Successivamente, a partire dagli anni sessanta, i flussi migratori, giunti in Occidente, di popoli provenienti dai vari paesi del terzo mondo resero nota la loro musica grazie ai mezzi radio-televisivi nelle metropoli occidentali.

Le musiche provenienti da queste culture iniziarono a diffondersi su larga scala a partire dagli anni ottanta, quando alcuni imprenditori iniziarono a fondare etichette indipendenti finalizzate alla distribuzione su larga scala della musica etnica. Ciò determinò una serie di “mescolanze” fra le varie culture musicali che determinò la creazione del genere. Nel 1986, con la pubblicazione dell’album Graceland di Paul Simon, la World Music è diventata popolare a livello mondiale. Graceland usava suoni di artisti sudafricani come Ladysmith Black Mambazo e Savuka. Il successo del progetto, assieme alle opere di Peter Gabriel e Johnny Clegg, aprì le porte alla musica non occidentale, arricchendo un panorama genericamente pop che stava esaurendo la sua spinta vitale.

Questa esigenza può essere feconda anche in campo artistico. Il panorama artistico mondiale (sia quello tradizionale, sia quello moderno) è di una ricchezza mozzafiato, che ho potuto conoscere sia studiando l’arte moderna e contemporanea, sia l’arte antica e l’archeologia.

Il mondo in una stanza

La World Art risente di suggestioni orientali. Nel corso di molti viaggi mi è capitato di vivere l’organicità dall’interno, per esempio in grandi manifestazioni religiose, soprattutto in India, ma anche in Cina. Inoltre molte suggestioni scaturiscono dallo studio dallo studio dell’antica civiltà egizia, che ho potuto coltivare grazie a studi universitari all’Orientale di Napoli. Queste tracce si consolidano in quadri e opere che hanno anche una valenza memoriale.

Una delle impressioni più forti me l’ha suscitata la cultura visuale indiana. Visitando quel paese ho potuto constatare l’enorme ricchezza figurativa che caratterizza le esperienze religiose di quel paese, dall’uso dei colori alla plasticità delle forme. In India la festa di Ganesh, il Dio con la testa di elefante, si chiama Chaturthi Festival e cade nel quarto giorno di luna crescente del mese di bhadrapada, secondo il calendario indu. Peranto, ogni anno essa avrà luogo in giorni diversi. Questa festa è importante e particolarmente sentita nello stato del Maharastra. In onore di Ganesh, molto goloso secondo la mitologia indu, è usanza preparare dei dolci (modaka, laddoo, kadubu, karanjis) da offrire alla divinità sugli altari domestici, nei templi o nelle strade. Si spaccano anche cocchi che sono simbolo dell’ego.

Questo è il giorno più sacro dedicato a Ganesh. La gente, in onore di ciò che fece Parvati,  prepara delle statuine in terracotta, gesso o cartapesta. Ganesh viene così adornato con un dothi rosso, ghirlande di fiori, stoffe in seta e coperto di unguento rosso e pasta di sandalo. Questo rituale si chiama Pranapratishhtha e comprende il canto degli inni vedici dei Rig Veda, Upanishad, Purana. Si organizzano rappresentazioni teatrali con tema i contenuti dei testi sacri. Siu allestiscono campi per la donazione di sangue, si fanno la carità ed altre iniziative assistenziali. Tutte queste pratiche religiose durano appunto qualche giorno finché si arriva alla data in cui la festa ha il suo momento più importante, l’Ananta Chaturdashi. Allora le strade si riempiono di una grande folla, gruppi di persone che trasportano in processione dei grandi Ganesh tra danze, canti e rotture di cocchi. 

Adel- Ganesh (2019)

Un altro paese che mi ha colpito profondamente è la Cina, sia la Cina propriamente detta che il Tibet. Rispetto all’India, il paese orientale ha una figuratività più sfumata, più concettuale, cosa che le proviene soprattutto dalla matrice taoista.

Pechino, Tempio del cielo

Prendiamo per esempio il Tempio del cielo Il cuore del Tempio del Cielo si trova al centro del parco, sull’asse Nord-Sud, per una lunghezza totale di 750 metri. La disposizione di tutti gli edifici segue l’antica concezione dell’universo e riflette il legame Cielo – Imperatore – Terra. L’Imperatore riceveva un “mandato dal Cielo” per governare, infatti veniva spesso definito “il figlio del Cielo”; un raccolto non sufficiente o un periodo di siccità erano interpretati come segni della perdita del favore del Cielo, quindi la fine del regno. Era quindi indispensabile ringraziare, pregare e fare offerte per avere un buon raccolto tutti gli anni.

Il chiarore delle stelle (2018)

Passato e presente, Oriente-Occidente

Sarebbe inutile in questa sede raccontare tutte le suggestioni. E’ più utile cominciare a rendersi conto dei fili sottili che ci permettono di costruire la trama concettuale. Bisogna individuare un nesso che leghi passato e presente, oriente e occidente. Questo nesso può essere individuato nel concetto di “Organicità”

La suggestione profonda della Maschera

In ambito etnografico un percorso che mi ha permesso di entrare in un mondo affascinante è stato quello relativo alla ricerca sulle Maschere antropologiche. In questo sono stato favorito da una certa pratica teatrale che mi ha permesso di riscoprire le esperienze della Commedia dell’arte, ma anche di alcune Maschere carnevalesche che non sono entrate nel repertorio teatrale.

Pulcinella nasce dall’uovo (2019)

Il rapporto col soggetto

Il rapporto col mondo delle maschere ha chiarito molte cose nei confronti della figurazione. E’ chiaro che su questo campo si gioca la parte essenziale della partita. La figurazione comporta la scelta di figure, appunto. La più importante è e vuole restare la scelta della figura umana. Ma non meno importanti sono gli oggetti rappresentati. Come si dispongono questi elementi in una quadro compositivo? Non si tratta solo di un problema di “inquadratura”, coinvolge anche la dinamica delle relazioni fra figure. Relazioni profonde, non estrinseche o bozzettistiche. Che ci debba essere un nesso fra gli elementi della figurazione è fondamentale in un’arte che si vuole “organica”.

E’ vero che nella nostra epoca siamo sommersi dalle immagini, ma le arti visive non possono sottrarsi al compito di dare un senso estetico a quello che vediamo, per evitare proprio il consumo indiscriminato delle immagini. L’artista può e deve fare i conti con le problematiche della visibilità, non per dare giudizi ma come testimone della sua presenza nella società. Una presenza vigile e critica.

Analogie con la Fuga musicale

E’ necessario considerare il rapporto con il soggetto del quadro, con l’oggetto o con gli oggetti rappresentati. In questo caso si può stabilire l’analogia con una fuga musicale: come la fuga abbrevia, inverte, traspone il tema, a volte suggerendolo solo con poche note, così l’arte organica “accenna” soltanto all’oggetto originale con un tratto, una linea, qualche volta ripetuta, qualche volta mostrata in profondità. La costante è quella di non perdere il rapporto con la realtà degli oggetti.

Adel- Imago (1996)

Una sintesi fra materismo, soggetto e realtà

Materismo, soggetto, realtà. Come si può fare una sintesi di queste tendenze? La parola giusta sembra a questo proposito: organicità. Se si persegue l’organicità si fanno buone opere, ci si riavvicina alla natura, si fa capire qualcosa al pubblico. Tutti obiettivi ammirevoli.

Le opere organiciste debbono essere prima di tutto “organiche”, giuste ed essenziali come un organismo e insieme brulicanti di vita, che in pittura significa cromaticamente interessanti. Se non avessi paura di tornare troppo indietro parlerei addirittura di “buona forma”. I quadri dovrebbero essere insieme ben formati e spregiudicati, imprevedibili, innovativi. Per non rischiare la perdita di senso, è necessario legarli insieme alla materia e alla forma.

Simbolo e realtà

Per uscire da un uso massificato delle immagini si possono percorrere varie strade, quella che sembra più interessante in questa prospettiva è legata all’uso dei simboli: qual è il posto dei simboli e del simbolismo in tutto questo. Ne parlo perché mi è stato più volte fatto notare che in molti quadri emerge una dimensione simbolica non indifferente. Rispondo spesso alle sollecitazioni del fantastico puro, come nel quadro “Candore e desiderio”. Il riferimento all’Unicorno, un animale mitologico, è plausibile solo in una dimensione fantastica

Adel- Candore e desiderio (2020)

Il ciclo “Cilentum Blues” coniuga simboli, anche antichi e arcaici, con una specie di racconto simbolico della mia educazione sentimentale, che ho esplicitato in una vera e propria “Iconologia di Cilentum Blues”. Non ci vedo una vera contraddizione, in quel caso sono simboli legati alla particolare esuberanza naturale di quei luoghi, il mare, il sole, la luce accecante.

Adel- Giardino cilentano (2020)

Organicismo e naturalismo

Abbiamo parlato di simboli, ma ora dovremo parlare del rapporto con la natura. Siamo alla questione più rilevante di tutta la vicenda: il materismo non è, in fondo, una versione un po’ più arrogante del vecchio naturalismo?

Porre così le cose è un ricadere in vecchi equivoci, quelli emersi ed esplosi già tra Ottocento e Novecento. Non possiamo andare un po’ avanti? E, per esempio, guardare con rinnovata e tenera simpatia alla Natura, vista che è così martoriata. Andiamo avanti, appunto. Porre vecchie questioni e non poterle risolvere significa impedire il cammino. Non ci vedo nulla di male nel rappresentare una barca nella Grotta azzurra di Palinuro, o una cascata che spunta fra la verdissima vegetazione di una natura ancora incontaminata. Quella barca, quelle erbe oscillano tra Simbolo e realtà, ma realtà è anche il modo di dipingere le rocce o le erbe. Non si vuole rifare il verso alla Natura, ma coglierne i messaggi.

I capelli di Venere (2020)

L’organicismo in architettura, un utile paradigma

La parola “organicismo” può legittimamente richiamare – in ambito estetico- le esperienze svolte in architettura e la cosa è pertinente.

“Il concetto di organicità, spesso associato o identificato con quelli di funzionalismo, Einfühlung, nel campo dell’architettura moderna ha preso spunto dalle teorie di F.L. Wright che, già nel 1910, considerava organica quell’architettura pensata e progettata come ‘una cosa unica’, capace, quindi, di evitare l’isolamento dell’edificio, prescindendo dal suo arredo interno, dal luogo e dall’ambiente a esso relativi. Questi principi ineludibili sono arricchiti da una costante preoccupazione per gli aspetti psicologici e dall’anelito di migliorare la qualità della vita, per la valorizzazione dei materiali costruttivi, per le soluzioni tecnologiche di dettaglio, della piccola scala progettuale ecc. L’edificio non viene, quindi, ‘bloccato’ in rigidi schemi compositivi ma si ‘libera’ verso la ricerca di rapporti con la natura circostante” (Treccani, ad vocem).

Nel caso di Le Corbusier, si è trattato di nuovo umanesimo, nel rapporto tra uomo (misura di tutte le cose) e natura. I manufatti dovevano inserirsi nella natura senza violentarla. Nel caso mio la questione si pone però come una specie di protesta, per l’arroganza umana a sconvolgere la natura. Lasciamo parlare la materia (la Natura), che è più saggia della nostra presunzione.Il parallelo con l’architettura è valido invece nel senso di opera “organica”, ben tessuta.

Ricordate quello che abbiamo detto a proposito del Tempio del cielo di Pechino? I simboli nascono dalla forma, che rimanda ai simboli. Questa circolarità è la vera sfida dell’arte organica. L’artista in questo ambito è chiamato non a spiegare ma a indicare, come dicevano gli antichi greci (semainein=indicare). I simboli in questo contesto non sono vuota esercitazione retorica ma essenza profonda dei legami che si intrecciano fra forma e colore, linea e composizione.

Antonio De Lisa

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