Forme e proporzioni del tempio greco

 

Il tempio greco non era pensato tanto per i riti, quanto per ospitare la statua della divinità a cui l’edificio era dedicato. Pertanto, l’altare usato durante le celebrazioni si trovava davanti al tempio, e non al suo interno, anche se comunque sempre dentro al recinto sacro. Il cuore del tempio era comunque la cella, il naos, che simboleggiava la casa del dio, cella in cui però solo i sacerdoti potevano accedere regolarmente.

Le varie parti del tempio greco (immagine di Feibs via Wikimedia Commons)

Il tempio greco è la struttura architettonica più rappresentativa dell’arte greca. Fra il X e l’VIII secolo a.C. i templi greci erano semplici capanne in argilla e legno con una stanza centrale che ospitava la statua della divinità cui il tempio era dedicato. Nel corso del VII secolo a.C. vennero costruiti templi sempre più complessi, in marmo o in pietra calcarea, di dimensioni spesso monumentali.

La struttura

  • Il frontone: la facciata è definita in alto dal frontone, che racchiude il timpano triangolare. Questo ospita sculture a rilievo o a tuttotondo.
  • La trabeazione: è sostenuta dalle colonne e cinge l’intero tempio. È formata da tre fasce sovrapposte: l’architrave, elemento orizzontale portante, il fregio e la cornice.
    Sulla trabeazione poggiano le travi lignee del tetto ricoperte da tegole in marmo o in terrracotta.
  • Il prònao: il prònao, la parte anteriore del tempio greco, consiste in un portico colonnato. Precede, come indica lo stesso nome, il naós, la cella.
  • Il naós o cella: è considerata la dimora della divinità, rappresentata dalla sua statua, che qui viene conservata, generalmente in asse con l’ingresso, sempre orientato a est.
    Questo ambiente, a pianta rettangolare, si presenta come uno spazio buio, rischiarato parzialmente solo da lampade o bracieri e riservato ai sacerdoti addetti al culto.
    I riti aperti ai cittadini si svolgono invece all’esterno del tempio, su altari antistanti l’edificio, entro il cosiddetto recinto sacro (témenos), che lo circonda.
  • Le colonne, disposte su una o più file, fungono da perimetro del tempio. Si ergono sul basamento, lo stilòbate, cui si accede mediante una rampa d’accesso. In alto, le colonne si concludono con un capitello, su cui poggia la trabeazione.

Tipologie

tempio greco
Tipologie di tempio greco

Viene definita in antis, cioè “tra le ante” la tipologia più semplice di tempio, costituita solo dalla cella, dal pronao e da due colonne frontali.

Tavolta il pronao è replicato anche nella parte posteriore della costruzione: in questo caso assume il nome di opistòdomo ed è scandito anch’esso da colonne, ma a differenza del pronao non comunica con la cella.

Quando solo il pronao è preceduto da una fila di quattro o più colonne, il tempio è detto pròstilo, mentre anfipròstilo è quello che mostra uno sviluppo speculare nella parte posteriore.

Nei templi più prestigiosi una fila di colonne, la perìstasi, cinge tutto il perimetro della cella e il tempio è detto perìptero: in casi più rari, la perìstasi è raddoppiata e il tempio è detto dìptero.

Il Tempio di Era o di Nettuno a Paestum, periptero esastilo di ordine dorico, con 6 colonne in facciata e 14 sul lato lungo
Il Tempio di Era o di Nettuno a Paestum, periptero esastilo di ordine dorico, con 6 colonne in facciata e 14 sul lato lungo

Molto più raramente i templi hanno una pianta circolare, definita dal termine greco thólos, con le colonne che scandiscono completamente il perimetro e la cella circolare che si conclude con una copertura conica.

Alcune piante di templi greci secondo le varie tipologie (immagine di B. Jankuloski via Wikimedia Commons)

Canoni

Per rendere il tempio più equilibrato ed elegante, in età classica gli architetti perfezionarono il cosiddetto canone, ossia una serie di regole relative a forma e proporzioni delle varie parti dell’edificio.

Il canone era basato su un principio matematico: l’altezza delle colonne, la loro distanza, la larghezza e la lunghezza totale dell’architettura dovevano essere multipli del diametro della colonna.

Per evitare possibili distorsioni causate dalla visione a distanza dell’edificio, i progettisti greci applicarono alcune correzioni ottiche inclinando ad esempio le colonne leggermente verso l’interno per non dare all’osservatore l’impressione che la costruzione cadesse in avanti.

Il tempio dorico

Come sapete bene se avete conservato qualche memoria dei vostri studi di storia dell’arte, i templi greci vengono però più solitamente divisi in tre tipologie, a seconda dell’ordine architettonico a cui appartengono. Si parla infatti di tempio dorico, ionico e corinzio. Vediamoli nel dettaglio.

L'ordine dorico nel Partenone
L’ordine dorico nel Partenone

Il primo a comparire fu l’ordine dorico, che già attorno al VII secolo a.C. era ormai conformato. Si ritiene che inizialmente i più antichi templi di questo tipo fossero in legno, ma che poi la struttura di quelle costruzioni venne sostituita, come ci racconta ad esempio Plutarco, con il marmo.

 
Il tempio dorico presenta colonne che poggiano direttamente sullo stilobate, che mancano della base e che si alzano in maniera non troppo slanciata, per via di una rastremazione verso l’alto non accentuata. Le colonne presentano inoltre larghe scanalature e sulla cima hanno un semplice capitello.

Il fregio ha poi stessa larghezza ed altezza dell’architrave e alterna metope (formelle scolpite a rilievo) e triglifi (formelle con tre scanalature verticali). Sopra ad esso c’è un frontone triangolare con cornice.

La cosa più importante da sottolineare, però, è l’armonia intrinseca che sempre caratterizza il tempio dorico. I greci avevano infatti profondamente studiato l’equilibrio tra pieni e vuoti fondandolo sul modulo, ovvero sulla misura del diametro della colonna a terra.

Così, la colonna in altezza misurava sempre 4 o 5 volte il modulo, la trabeazione ⅓ della colonna, l’architrave e il fregio entrambi metà della trabeazione e così via.

Il tempio di Efesto ad Atene, di ordine dorico (foto di sailko via Wikimedia Commons)
Il tempio di Efesto ad Atene, di ordine dorico (foto di sailko via Wikimedia Commons)

Inoltre sempre in quest’ottica vanno inquadrati particolari accorgimenti ottici apportati via via nel corso dei secoli dagli architetti greci. Ad esempio le colonne presentavano spesso l’entasi, cioè un rigonfiamento che serviva a correggere un particolare effetto ottico generato dalla luce del sole.

Oppure anche il fatto che le colonne angolari risultassero leggermente ovali, o l’inclinazione delle colonne del fronte verso l’interno del tempio, per correggere la percezione imperfetta dell’occhio umano. Insomma, si pensava ad ogni soluzione utile per dare l’impressione dell’ordine e dell’armonia.

Il tempio ionico

Il tempio ionico si sviluppò quasi contemporaneamente a quello dorico, tanto è vero che i primi esemplari di quest’ordine risalgono appunto al VI secolo a.C. Rispetto all’altro tipo di tempio, quello ionico appare però più slanciato e leggero, anche per via dell’introduzione di alcuni nuovi elementi.

Ad esempio ai piedi della colonna compare la base, mentre al suo vertice c’è il più slanciato e leggero. Quest’ultimo merita qualche parola specifica: si tratta infatti di una struttura composta di abaco e volute, spesso con decorazioni. Lo potete vedere, molto riconoscibile, anche nell’immagine in questo paragrafo.

Le cariatidi dell'Eretteo
Le cariatidi dell’Eretteo

Sopra al capitello poggiava un architrave diviso orizzontalmente in tre fasce, in cui quelle superiori erano un po’ più ampie di quelle inferiori e pertanto sporgevano in fuori. Quindi arrivava il fregio decorato con bassorilievi e infine la cornice, decorata con dentelli.

Questo stile, come si può intuire dal nome, si sviluppò inizialmente nella Ionia, cioè sulle coste dell’Asia Minore, dove erano presenti varie colonie greche e dove però era anche più forte l’influenza architettonica orientale. Poi si diffuse comunque anche nel Peloponneso: ad Atene lo si ritrova ad esempio nell’Eretteo e nel tempio di Atena Nike.

Il tempio corinzio

Molto più simile al tempio ionico è il tempio corinzio, l’ultimo del trittico classico degli ordini greci. I primi esempi di questo stile risalgono alla fine del V secolo a.C., ancora in maniera piuttosto rara.

Capitelli corinzi alla Maison Carrée di Nîmes
Capitelli corinzi alla Maison Carrée di Nîmes

Iniziarono a diffondersi poi maggiormente nei secoli successivi, fino a diventare la tipologia più frequente in epoca ellenistica. Non è un caso che questo tipo di tempio sia stato ripreso poi dai fine del V secolo a.C., trovano amplissima diffusione nella loro architettura.

 
Due sono le principali differenze rispetto al tempio ionico, legate alla colonna. In primo luogo, il fusto poggia su una base attica semplificata, diversa da quella ionica. Ma è soprattutto il capitello a caratterizzare quest’ordine architettonico.

Esso è infatti decorato a foglie d’acanto, facilmente riconoscibili. Secondo quanto ci tramanda Vitruvio, questo particolare capitello fu inventato dall’architetto Callimaco, forse nativo proprio di Corinto.

Lessico

– Frontone: la parte alta della facciata, con il timpano triangolare e varie sculture.
– Trabeazione: la parte – formata da architrave, fregio e cornice – su cui poggiavano le travi del tetto.
– Colonne: poggiavano sullo stilobate e sostenevano la trabeazione; si concludevano con un capitello.
– Naos: la cella interna, in cui si collocava la statua della divinità.
– Pronao: lo spazio antistante alla cella.
– Opistodomo: lo spazio retrostante la cella.
– Peristasi: il colonnato porticato che circondava il naos.
– Stilobate: il piano su cui poggiava il colonnato.
– Crepidoma: gli scalini che sopraelevavano il tempio rispetto al terreno.
– Temenos: il recinto sacro entro cui si svolgevano i riti.



Categorie:U07- Archeologia e Storia dell'arte greca - Archeology and History of Greek Art

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