Antonio De Lisa- La maliconia di Odessa. Viaggio in Ucraina

E’ il 28 dicembre del 2018. A Odessa stamattina piove, ma non fa freddo. L’albergo è nel cuore della città. Faccio colazione in una pasticceria notevole. Fuori tre giardinieri puliscono il terreno intorno a un albero di Natale, davanti vedo la facciata di un edificio che commemora gli eroi di guerra sovietici, mentre la radio trasmette vecchie canzoni americane, di quelle con la tromba con sordina …

Come mi è stato detto, la scalinata Potiomkin è una vera delusione: anonima, grigia, fredda. Non mi posso fare un selfie con questo stato d’animo e per rispetto al grande regista della “Corazzata Potiomkin”. Rendo un omaggio silenzioso al grande regista Eisenstein …

Targa sulla facciata della casa di Gogol a Odessa

Tra le meno conosciute delle influenze straniere sull’Ucraina c’è quella turca. La Turchia è al di là del Mar Nero, grigio e ventoso, che sto osservando dal porto. È proprio musica turca quella che sto ascoltando al piano superiore di un baretto frequentato da operai. Accanto, tre ragazzi stanno giocando con carte francesi.

La guida di Odessa è convinta che il conflitto con la Russia per la Crimea sia un conflitto tra governi, il popolo è disinteressato, infatti la Crimea è storicamente russa. Molte scelte qui sembrano guidate da ambizioni personali.

Mi preparo a fare un’escursione sulla costa Ucraina, verso la foce del Dniestr e la fortezza di Akkerman. La fortezza racconta la storia pietrificata di questi luoghi, attraversati dai popoli più diversi: greci, slavi, turco- mongoli, tatari. La stessa gente porta impressa questa stratificazione. Molti sono scuri di capelli, simili al tipo mediterraneo, ma molto alti. E’ un bel popolo, anche se attualmente ha molti problemi

Per vincere la sensazione di squallore mentre attraversiamo la steppa brulla e fangosa verso la fortezza Akkerman, a un’ottantina di chilometri da Odessa, chiedo alla guida se d’estate questo panorama si anima. Mi risponde che in effetti la serie interminabile di casette sono case vacanza per turisti, per lo più a buon mercato. Annuisco, mentre osservo le Ziguli, auto dell’epoca sovietica, parcheggiate nella fanghiglia dei cortili

Nella pioggia battente si vede un’interminabule colonna di mezzi militari. C’è di tutto, perfino enormi barconi su grandi autocarri. Mi chiedo a cosa possano servire, ma evidentemente la guida mi legge nel pensiero: sono mezzi da sbarco sul Mar Nero. Poi aggiunge che quella colonna militare si allontana da Odessa dopo essere stata mobilitata per il coprifuoco decretato per la crisi diplomatica con la Russia.

La guida sembra abbastanza disponibile per poterle fare una domanda abbastanza delicata, se è contenta del fatto che l’Ucraina si sia separata dalla Russia. La risposta è negativa ed è già la seconda persona che lo dice: è stato un errore, come è un errore mantenere questo stato di tensione.

Stasera mi sembra che la temperatura si sia abbassata a Odessa , ho più freddo del solito. Per domani è prevista neve. Mi rifugio in una caffetteria, “Lviv coffee”, come a dire “Caffè di Leopoli”, che è la terza città sull’Ucraina. La mousse al cioccolato è divina, il the ottimo.

Si sente nell’aria un’atmosfera da Capodanno (novygod), ma quello a cui ho assistito poco fa è la rappresentazione teatrale all’aperto di un presepe; gli attori recitavano in playback ma sembravano convinti. La Madonna aveva la faccia rossa per il freddo, molto matrioska.

Odessa è in realtà un’isola urbana tra due mari, quello dietro è un mare di terra, la steppa; davanti c’è il Mar Nero. Un’isola. E si vede. Un’isola in cui si sono incrociati diversi popoli, ma la vera lingua degli Odessini è il russo. Gli abitanti considerano l’ucraino una specie di dialetto polacco, più vicino a quella lingua che al russo. E parlano la lingua dell’impero con l’eleganza dei russi di Mosca o di San Pietroburgo. Anche la gesticolazione è molto russa …


Al caldo della caffetteria mi torna in mente il discorso con la guida in mattinata. La guida è un’ex insegnante universitaria di inglese, che fa la guida dopo la pensione per arrotondare il magro stipendio,.Da questo si arguisce in che condizione economica siano gli ucraini, che stanno pagando a duro prezzo un’indipwndwnza che nessuno vuole: una specie di sovranismo straccione; nelle banche occidentali non si tratta la grivna, la moneta locale, non sanno nemmeno cosa sia, ma il rublo sì.

La guida, che pure ha insegnato all’università, ha mostrato di avere delle idee balzana sulla storia. Secondo lei gli Etruschi sarebbero venuti dalla Russia (et-ruski). E ancora: quello che abbiamo conosciuto come Pietro il Grande non sarebbe stato il vero Pietro, ma un sosia occidentale mandato a separare la Russia dall’Asia e consegnarla all’occidente. Non è la prima volta che noto questa strana narrazione nei discorsi dei russi ..

Dimenticavo un’altra cosa detta dalla guida, che il vero nome della Russia sarebbe “Tartaria” come contrazione dei nomi dei due figli di un eroe mitico: Tar e Taria…

Il mio albergo di Odessa si chiama Hotel Mozart. Dopo una breve e fruttuosa indagine scopro che Mozart non c’è mai stato (per il semplice motivo che Odessa non era stata ancora fondata). In compenso, però, tra le foto degli ospiti illustri scopro quella di Toto Cotugno …

Ci deve essere qualcosa di vero nel racconto della guida che parlava di una fondazione massonica di Odessa. La guida sosteneva che anche la famosa scalinata Potiomkin avesse uno spirito massonica: partiva larga dal basso per restringersi sulla statua di Richelieu come su un occhio massonico …

Ritratto di Puschkin ispirato ai ritratti nel museo Puschkin di Odessa

Sto per lasciare la città sul Mar Nero, fra qualche ora dovrei essere a Kiev. Che cosa mi resta di questa città, che impressione mi ha fatto? Stamattina ho parlato a lungo con la direttrice del Museo Pushkin, con un’occasionale interprete, una signora siberiana che ha vissuto a lungo a Torino. Anche la direttrice ha avuto parole calorosa per l’Odessa russa, il “porto della Russia”, ed è questa l’impressione che mi porto dietro, una città nostalgica del suo passato imperiale russo, persino di quello sovietico… La nostalgia di Odessa …

Sono a Kiev. E’ il 30 dicembre. Stasera piatti di Crimea: Solyanka (una zuppa), cheburek, con vino georgiano (Mukuzani).

Kiev dà un’impressione di immediata e prepotente grandezza. Folle fluttuanti per le strade, che sono di sproporzionata larghezza. La strada dall’aeroporto al centro era di cinque corsie. Palazzoni sovietici in periferia, gigantismo alla cinese quelli nuovi, di regime quelli del centro. Mi sono ricordato che Krusciov era di Kiev … chi si ricorda di Krusciov, il minatore che divenne l’uomo più potente del Cremlino?

A Kiev i prezzi sono bassi come a Odessa, si mangia e si dorme con poco. Anche i negozi hanno prezzi bassi. Poi c’è una cosa importante, almeno in centro: non sembra così sfacciata la mercificazione del sesso come a Odessa: in quella città c’è un locale di strip tesse ogni 50 metri, con accanto una botteguccia di cambio-monete, tutto per turisti del sesso, si cambia e si paga (Non è molto diffusa la carta di credito) …

Suonatore di bandoura nella metropolitana di Kiev

La visione distorta degli italiani. Varcando i patri confini ci si accorge che nel bel paese abbiamo una visione un po’ distorta del.mondo. In America Trump è sotto il fuoco tutti i giorni, chiedendo addirittura un impeachment ma in Italia è considerato un eroe. La vicenda della Crimea in Russia è esattamente all’opposto di come la giudica l’Italia e l’Europa: la Crimea è storicamente russa e non c’è niente di strano nel fatto che si sia voluta riunire alla Russia. Continuiamo a considerare tutto il bene da una parte e tutto il male (assoluto) dall’altra.

Il convento delle grotte (Pechers’ka lavra) si chiama così perché è stato eretto su una serie di grotte sotterranee in cui sono conservate in bare di vetro i corpi imbalsamati di confratelli in odore di santità. Se dopo due anni dalla morte il corpo del monaco non si decomponeva voleva dire che era un santo e veniva imbalsamato per la devozione dei fedeli. Nelle grotte si entra con una candela, che ne accentua l’aspetto lugubre e alle donne chiedono di indossare una specie di grembiule se sono in pantaloni. A ogni bara ci sono fedeli che pregano o chiedono la grazia per qualcosa. Il convento è una specie di Vaticano per gli ortodossi, qui risiede il Metropolita della Chiesa Ucraina.

Monaco ortodosso

Guardo la sequenza dei crocifissi ortodossi e mi torna in mente il racconto della guida di Odessa. Il crocifisso ortodosso si compone di quattro elementi, uno verticale, due braccia a incrocio (uno più piccolo dell’altro) il terzo di sbieco. Secondo la guida il braccio piccolo diritto indicava il ladrone redento, quello storto Nicodemo, il ladrone non redento. Non c’è riscontro a questa versione, da nessuna parte, se non in una specie di racconto massonico della storia. Quella donna mi incuriosisce sempre di più, anche perché ha aggiunto che Barabba e Gesù sarebbero stati fratelli.

L’atmosfera che si respira a Kiev a proposito di nazionalismo ucraino è molto diverso da quelli di Odessa. Ieri notte la grande orchestra che suonava dal vivo in Piazza in mezzo a un’enorme folla ha intonato l’inno nazionale allo scoccare della mezzanotte, cui ha fatto eco il coro della gente. Qualcuno inneggiava all’Ucraina come nei momenti delle manifestazioni di massa del 2013-14 .

Vista dall’alto Kiev è una città enorme, ma il centro è molto diverso dalla sua grande periferia. Tenuto molto bene, presenta anche tentativi di architettura post-moderna. Solo che appaiono delle stonature lampanti, come i gettoni di plastica che danno al posto del biglietto in metropolitana, romantico residuo del passato sovietico e molto vintage, ma anche un tantino patetico.


In una Kiev nebbiosa e battuta dal vento del Dniepr emerge anche il lato più triste della città, popolata da poveri e diseredati che fanno l’elemosina o che trascinano enormi buste di plastica.

Sono due giorni ( e due notti) che Kiev sta celebrando con una gigantesca festa di piazza il nuovo anno. La cosa più evidente è il fiume di vino caldo (glintvein), una specie di vin brulée, che scorre copioso nei bicchieri, sui tavoli, tra la gente che balla. Il vino caldo è come una stufa, al freddo è utile.


È così sto per dire addio a Kiev, infatti non credo di avere occasioni di ritornarci (anche se non si può mai dire). La città ha l’aspetto e le movenze di una capitale, ma a giudicare dal contesto circostante, sembra una capitale che galleggia nel vuoto. A mio modesto avviso, il destino sull’Ucraina sembra la Russia, non l’Europa. Che cosa entra a fare in Europa, se non a chiedere sussidi con la contropartita di far arrivare le armi americane alle porte della Russia? Riallacciando i rapporti con il Cremlino garantirebbe uno sbocco più ampio sul Mar Nero in cambio di gas e petrolio. Nelle prossime elezioni di marzo di sfidano quattro candidati, sarebbe meglio che vincesse il filo-russo.


Ho visto le foto su una parete della Chiesa di San Michele, non sapevo che i morti della Rivoluzione del 2014 fossero centinaia. In Europa e specie in Italia le notizie arrivano sempre o ambigue o filtrate. Kiev è orgogliosa di quel movimento che ha portato all’indipendenza, ma sembra che sia stato un movimento soprattutto kievino.



Categorie:I05.01- Russia e Ucraina

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