Antonio De Lisa- Pittura, storia di una vocazione – Painting, history of a vocation

Ecco, come fosse ieri: mio padre dà a me e a mio fratello l’incarico disegnare con i pastelli a olio il panorama che si vedeva dalla nostra finestra. Odiavo i pastelli, li consideravo roba da scolaretti, anche se facevo solo la seconda media. Mi figuravo le meraviglie dei colori da adulti, accettavo quei surrogati con disgusto. Vedo il profilo di una montagna, una vallata, il cielo, la città. Come si disegna il mondo? Andavo bene in disegno a scuola, ma facevo soprattutto sculture col Das. Mi piaceva manipolare la materia, diciamo pure: pasticciare con la materia, una cosa che non mi ha mai abbandonato. Chissà perché. Che ho a che fare io con la chimica?

I pastelli a olio cominciano a sgretolarsi nelle mie mani, sbriciolandosi sul foglio (quando uno non ha voglia di fare una cosa, non c’è verso!). allora comincio a giocare col foglio, piegandolo in varie direzioni. So che manca un centesimo di secondo a far volare quel foglio nella spazzatura, ma un dio benevolo mi fornisce l’ispirazione: toccare col pollice quelle briciole. La rivelazione! Quel pigmento lascia sul foglio una scia di colore cangiante (evidentemente raccoglieva briciole di diverso colore). L’effetto è stupefacente. Passo in un attimo in svogliato esecutore di un ritrattino di maniera ad artista, anche se non so bene in che cosa consista, ma l’ho letto su un libro: l’artista inventa con i colori …

Dov’ero? Ah, sì, ai pastelli. E’ necessario dirvi che dal momento della scoperta di quello che potevano fare i pastelli a olio strisciati col pollice sulla carta è stato tutto uno scarabocchiare e appiccicare i fogli imbrattati per tutta la casa, sollevando il disappunto non proprio tacito di mia madre, che non capiva che bisogno avevo di usare un doppio strato di scotch per attaccarli al muro, scrostando l’intonaco. Dovevo “vedere” quei fogli, da lontano, con diverse luci, di giorno e di notte. Il colore aveva un effetto incantatorio. In quei giorni portai qualche foglio alla prof di disegno, che non diede mostra di apprezzarlo, sperimentando così per la prima volta l’ingiustizia della critica. La prof non apprezzava la pittura astratta. I Giganti cantavano “Proposta- Mettete dei fiori nei vostri cannoni”. Era il 1967, e io a mia volta non capivo perché bisognava mettere fiori nei cannoni.

Da rivoluzionario in erba, mentre i miei compagni di classe dipingevano mazzetti di fiori e brutti paesaggi, io mi davo alla pittura di pastello astratto, facendo precipitare la considerazione che la prof aveva per me. Così strinsi una santa alleanza col prof di Educazione tecnica, proponendo al poveretto di costruire un periscopio. Mi affascinava la dimensione doppia e anfibia di quell’aggeggio. Il problema era che non avevo nessuna nozione di ottica geometrica, non sapevo nemmeno che esistesse una simile materia. Scoprii che anche il prof non aveva nessuna nozione di ottica geometrica. Ci guardavamo delusi e incerti, osservando quel “coso” di legno. Così spostai la mia attenzione sui miei compagni di gioco, che avrebbero apprezzato più una sana partita di pallone che una seduta di falegnameria. Ero attratto dalle cose impossibili e non tutte posso menzionarle in questa sede. Riuscii a convincere i miei amici con la promessa che avrei portato la mia radiolina al catechismo per far sentire al parroco la canzone di Guccini “Dio è morto”. Il povero sacerdote pensava che fosse una canzone blasfema.



Categorie:01- Pittura, storia di una vocazione

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