Antonio De Lisa- La Cina alle prese con la Saars

Il Sichuan è stato il luogo di incubazione del terribile virus Sars, la cosiddetta polmonite atipica. Il 17 maggio 2003 le statistiche hanno fanno registrare 7.761 casi di contagio da Sars. Sembra che il responsabile della Sars non sia stato un solo virus, ci sono stati forti sospetti sul corona, della famiglia dei virus che danno banali raffreddori. Forse erano implicati altri microrganismi complici ed è quasi certo che si fosse trattato di un nuovo ceppo di corona mutante.

Il bollettino dell’Oms di quel giorno parlava di 33 nuovi casi in più rispetto al venerdì precedente, concludendo che l’epidemia stava frenando, se si tiene conto del fatto che fino a quel momento il contagio viaggiava alla media di 100 casi al giorno. Intanto il totale era salito a 623 vittime. Sabato c’erano stati 12 morti, 7 in Cina e 5 ad Hong Kong. Ma il capo degli ispettori dell’Oms, il dottor Daniel Chin, frenava gli ottimismi: “Basandoci sugli ultimi dati, riteniamo che il calo dei nuovi casi di infezione registrato negli ultimi giorni non derivi purtroppo da un reale contenimento dell’epidemia. Abbiamo ragione di ritenere che, da qualche tempo, i medici negli ospedali di Pechino abbiano cominciato a non dichiarare i casi sospetti che manifestano sintomi lievi o allo stato iniziale, come invece facevano prima, e come richiesto dal nostro protocollo di analisi. Quindi, per ora, riteniamo che la situazione non sia realmente migliorata rispetto a quando si registrava una media di 100 nuovi casi al giorno”.

Il corona era mutato rispetto a quelli umano e animale noti, diventando nei passaggi più cattivo. Una delle caratteristiche dei coronavirus era di far evolvere la struttura del loro genoma, acquistando nuova virulenza. Lo hanno fatto attraverso vari meccanismi, come ricombinandosi con altri virus. Per questo aveva un genoma voluminoso: il doppio rispetto ai virus influenzali e all’hiv. Qualcuno ha sostenuto che le pianure del sud-est della Cina, appunto, dove “l’uomo convive in promiscuità con oche, volatili e maiali” abbiano costituito un habitat ideale. Ma perché proprio lì? Non è certo l’unico posto in cui si verificano queste circostanze. Ma purtroppo la società dell’informazione, che sembra sapere tutto di tutto, quando si verifica un episodio del genere va letteralmente in tilt. Più che informazione, infatti, possiamo parlare di propaganda, a oriente come a occidente.

Nei sintomi la sindrome asiatica somiglia alla peste ateniese descritta da Tucidide: occhi rossi, febbre, starnuti, raucedine; poi il morbo scende agl’intestini (Tucidide, II, 49). Nella tempesta delle fortune saltano gli equilibri, cadono i motivi inibitori, sparisce la pietà e la benevolenza; lo scioglimento dei connettivi civili libera cariche aggressive latenti; ognuno diventa predone (II, 53). Lucrezio da parte sua postulava un “morbidus aer” o effluvi dalla terra imputridita sotto “intempestivae pluviae” ovvero arsa dal sole (“De rerum natura”, VI, 1093-1102) e anch’egli descriveva l’effetto del morbo sul consesso umano. La città degli uomini va in sofferenza e l’ordine civile cede il posto alla barbarie. Così come l’ha descritto Boccaccio nel “Decameron” parlando della Firenze colpita dalla peste a metà Trecento. Non si sfugge al morbo, muoiono ricchi e poveri. E non c’è solo Firenze, l’intera penisola è colpita e a ondate nel tempo.

In una prospettiva di lunga durata le epidemie giocano sul tavolo della storia lo stesso ruolo delle grandi battaglie e delle alleanze politiche.. Questo è vero soprattutto per il passato, ma non mancano casi anche nella storia recente. Si pensi alla cosiddetta “spagnola”, che dal 1918 al 1920, subito dopo la Prima guerra mondiale sembra abbia mietuto dalle 20 alle 40 milioni di vittime. O al virus influenzale dell’asiatica, che uccise nel 1957 un milione di persone. Nel 1968 il ceppo virale della “Hong Kong” (ancora questo nome), originato come quello precedente dagli uccelli, causò più di 700 mila vittime. Nel 1977 la combinazione micidiale di ceppi delle due precedenti influenze provocò il destarsi della “russa”. Infine, nel 1997, per la prima volta un ceppo virale ritenuto esclusivo degli uccelli passa all’uomo senza mutare.

I cinesi sono molto discreti e riservati, specie nei confronti degli occidentali. Ne hanno viste tante. Ci sono due cose che colpiscono nei romanzi di molti scrittori cinesi, un buco nero che è costituito dalla Rivoluzione culturale e una vetrina di splendenti ma non sempre positive novità, rappresentata dal passaggio dal comunismo all’economia di mercato. In questo libro del premio Nobel Mo Yan, “Le rane”, ci sono entrambi, ma inegualmente rappresentati. Riesce bene la descrizione del primo, meno bene quella della seconda. La critica si è divisa sul romanzo. C’è da dire che Mo Yan è dotato di una grande maestria narrativa, non scevra di una vena elegiaca. Colpisce soprattutto la contraddizione solidale, per così dire, tra costumi tradizionali e mentalità rivoluzionaria e la dissoluzione di ogni valore emersa coll trionfo del capitalismo alla cinese. Coltissimi i riferimenti alla cultura cinese più sotterranea e arcaica. Chi coltiva una concezione del romanzo come conoscenza per così dire storico-antropologica può godere liberamente della lettura. Chi è più attento alla storia in senso narrativo non ne resterà deluso.

Oggi le cronache cinesi parlano un linguaggio diverso. La fine di un’era. Il consenso popolare per il vertice si è eroso. A giugno lo schiaffo elettorale di Hong Kong, a luglio il primo crollo dei mercati, in agosto la catastrofe di Tianji, il caos delle borse e il no dell’Occidente alla parata militare anti-giapponese del 3 settembre. Rinviano le cifre, hanno paura dei numeri. Anche le Borse di tutto il mondo.



Categorie:G03- Cina e Tibet

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